E' ancora una volta il macigno burocratico che ferma lo sviluppo di impianti fotovoltaici a terra anche in Calabria, nonostante lo Stato Centrale abbia più volte incentivato e "sentenziato" la necessità di incrementare gli impianti da fonti rinnovabili anche in zona agricola

Con Deliberazione di Consiglio Regionale n. 134 del 01/08/2016 la Regione Calabria ha adottato il Quadro Territoriale Regionale Paesaggistico - QTRP - che costituisce lo strumento attraverso il quale la Regione dovrebbe perseguire l'attuazione delle politiche di Governo del Territorio e della Tutela del Paesaggio.
Il QTRP in particolare, all'art. 15 punto 2) prevede che "gli impianti ad energia rinnovabile dovranno essere ubicati prioritariamente in aree destinate ad attività ed insediamenti produttivi, con particolare rilevanza per i progetti di riqualificazione e recupero, anche ambientale, dei siti produttivi dismessi, in aree marginali già degradate da attività antropiche, o comunque non utilmente impiegabili per attività agricole o altre attività di rilievo, ..." ed inoltre "potranno essere ubicati anche in zone classificate agricole dai piani urbanistici prive di vocazioni agricole e/o paesaggistico/ambientali di pregio"; in realtà conclude dicendo, al punto 4), "...gli impianti fotovoltaici soggetti ad A.U. ...realizzati a terra in terreni a destinazione agricola..

.non potranno occupare oltre un decimo dell'area impiegata per le coltivazioni ....".
Lo stesso Piano prevede che il rapporto potrà essere progressivamente incrementato per gli impianti realizzati in zone riservate ad insediamenti produttivi, ovvero su edifici o serre, terreni fermi, ecc...".
Ad oggi risulta molto difficile se non impossibile realizzare in Calabria impianti fotovoltaici su siti di cave dismesse o a coltivazione ultimata o in terreni agricoli comunque non utilizzati anche per caratteristiche geo-litologiche non compatibili con attività agricola.

Restano quindi due osservazioni da avanzare:
1) La legge comunitaria ammette la realizzazione degli impianti su terreni agricoli senza alcuna obiezione. Il Consiglio di Stato del Veneto ha ribadito il concetto, autorizzando di fatto un impianto non autorizzato dalla Regione. Tale circostanza è stata evidenziata più volte da Associazioni  quali "Italia Solare" e ISES, senza alcun riscontro da parte della Regione Calabria. Il paradosso è inoltre che la legge dello Stato consente alle Regioni di indicare "dove non realizzare gli impianti" motivandone chiaramente le ragioni, non di indicare dove realizzarli (decisione lasciata all'investitore proponente).
2) Ad oggi i progetti sono fermi anche su cave dismesse e su terreni fermi in quanto nelle valutazioni delle proposte progettuali non sì è in grado di quantificare formalmente il concetto del "progressivo incremento del rapporto dell'area impiegata per coltivazioni...." in quanto manca una direttiva Regionale esplicativa al riguardo.

Sarebbe auspicabile che la nuova Giunta Regionale possa esplicitare quanto prima i criteri da utilizzare in sede Autorizzativa circa i seguenti temi:
1) Come si intende incrementare il rapporto 10% in caso di cave dismesse (terreni agricoli), terreni fermi, serre?
2) Cosa si intende per "terreno fermo"? Non coltivato da 5 anni o più?
3) L'impegno eventuale ad integrare il 10% con altri terreni a disposizione (90% o meno secondo eventuali chiarimenti) richiede l'impegno dei proprietari a non realizzare impianti fotovoltaici su terreni limitrofi all'impianto o, nell'ottica dichiarata di difesa dei terreni agricoli, potrebbero essere impegnati anche terreni nell'ambito del Comune, Provincia, Regione?
4) In particolare, in caso di terreni appartenenti allo stesso proprietario o azienda si può ipotizzare l'estensione dell'impegno su terreni posseduti anche fuori del Comune di ubicazione dell'impianto?
Come si vede serve una chiara presa di posizione da parte della Regione in tal senso anche per favorire una politica di realizzazione degli impianti che incentivi la ripresa agricola dei terreni dismessi, soprattutto nelle aree in corso di avanzato spopolamento, laddove la realizzazione dell'impianto in una quota parte della superficie (ad esempio 50%), consenta nella rimanente parte la riattivazione di colture agricole tipiche della zona di produzione e compatibili per ingombri ed altezze con la presenza nelle vicinanze dell'impianto. Gli incentivi economici in tal caso generati dalla produzione elettrica potrebbero favorire in tal caso la bonifica e ripresa dei terreni altrimenti non sostenibile con la sola coltivazione agricola.